STILLICIDIO

11 settembre 2009 - Una Risposta

Certo che se in questi mesi Gianfranco Fini ha subito uno stillicidio, al signor Berlusconi che cosa hanno fatto, hanno lanciato tre bombe atomiche sulla villa di Arcore? Mah…

MILANISTI INGRATI

4 giugno 2009 - Leave a Response

La gratitudine, si sa, non è di questo mondo. E men che meno è un sentimento che appartiene al tifoso di calcio, uno strano tipo umano in genere dotato di scarsa memoria. È un fenomeno riscontrabile a tutte le latitudini, per carità. Ma quel che sta avvenendo in questi giorni coi tifosi milanisti sembra francamente superare il limite della decenza. Ieri ne abbiamo avuto una riprova leggendo sul Corriere della Sera lo sfogo di Teo Teocoli, rossonero doc, per la cessione di Kakà al Real Madrid. «Se davvero vendiamo Kakà – questo l’incipit del suo articolo – allora mi dimetto da milanista». Gulp. «Confermo: non andrò più allo stadio, nemmeno con un biglietto omaggio. Io che da ragazzo scavalcavo i cancelli per veder giocare Rivera». A parte che dopo le prime cinque righe, la domanda sorge spontanea, e cioè: ma Teocoli almeno una volta il biglietto della partita l’ha comprato? Resta poi lo stupore per un livore a dir poco eccessivo nei confronti di un presidente che in ventitré anni di calcio ha vinto quanto nessun altro in Italia e nel mondo. E se anche il Milan avesse imboccato il viale del tramonto – ma questo è ancora tutto da verificare – un tifoso rossonero doc come Teocoli dovrebbe solo acquistare (brutto verbo, lo so) una pagina del Corriere e ringraziare il presidente per le emozioni che gli ha saputo regalare.
Ancora ce lo ricordiamo, nell’estate del 1986, quando Berlusconi atterrò nel mondo del calcio al raduno estivo del Milan col suo elicottero, tra i sorrisetti sarcastici degli addetti ai lavori e persino di qualche tifoso. «Eccolo qua – ce li immaginiamo mentre si davano di gomito – il riccone che pensa di vincere solo perché ha i soldi, chissà quante legnate prenderà». Più o meno le stesse battute che otto anni più tardi accompagnarono un altro suo debutto, che pure finì con scudetti e Champions League; ma questa è un’altra storia.
Torniamo al calcio e a quel raduno del 1986, il primo con Berlusconi presidente. Il Milan veniva da anni neri. L’ultimo scudetto era targato 1979 e l’onta della serie B era stata vissuta due volte: una decretata dalla giustizia sportiva, l’altra sul campo, tra le lacrime di Aldo Maldera. I milanisti, ora non se ne ricordano, erano diventati lo zimbello d’Italia con l’acquisto di quel centravanti, Luther Blisset, degno erede dello sciagurato Egidio Calloni, uno cui sarebbe servita la porta del rugby per fare qualche gol. Ma il tifoso, si sa, ha la memoria corta. Il passato è passato e non ne vuole sapere.
Quell’anno Berlusconi aveva Liedholm allenatore, salvo sostituirlo con l’esordiente Fabio Capello a sei giornate dal termine del campionato per cercare almeno di centrare l’ingresso in Coppa Uefa. E ci riuscì. L’anno successivo per quella panchina aveva già un altro nome: Arrigo Sacchi, sconosciuto ai più, che impressionò il Cavaliere in una partita di Coppa Italia. A San Siro si presentò il Parma allenato dall’uomo di Fusignano e praticamente non la fece vedere mai ai malcapitati rossoneri. «Voglio lui», disse tra i soliti sorrisini sarcastici dell’ambiente che, come al solito, lo prese per pazzo. Andò in Olanda a prendere Gullit e Van Basten (un centravanti emergente che pagò poco e niente, vale la pena ricordarlo), acquistò Ancelotti dalla Roma e, su suggerimento di Sacchi, un certo Angelo Colombo, onesto gregario di centrocampo.
Alla seconda giornata, quel Milan le prese in casa dalla Fiorentina di Baggio con due gol in contropiede e da allora, un giorno sì e l’altro pure, Gianni Brera spernacchiava Sacchi su Repubblica. Non mangia il panettone, era il ritornello. E infatti quel Milan preferì le sfogliatelle, in un primo maggio 1988 che a Napoli ancora ricordano. Strapparono lo scudetto a Maradona sul suo campo e andarono alla conquista del mondo: due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe Europee, tutte consecutive. Insomma, i più forti. Alla faccia del panettone.
Tutto finisce. E anche quella squadra scoppiò. La semifinale persa col Marsiglia in Coppa dei Campioni, con Galliani che fece uscire i calciatori del campo per un black-out, fu l’immagine del tramonto di quel Milan. Un atto di ridicola e infantile arroganza (“Se non vinco me ne vado”) che i rossoneri pagarono a caro prezzo: un anno fuori dall’Europa. I giocatori non ne potevano più di Sacchi e dei suoi metodi ossessivi. Il genio di Fusignano andò dal Cavaliere e disse: «O me o Van Basten». Berlusconi non ebbe dubbi. In panchina ci mise Capello, che in serie A aveva allenato solo quelle sei partite. Vi risparmiamo i fiumi d’inchiostro versati in quegli anni: il ciclo è finito, la squadra è da rifondare, Baresi è vecchio, Tassotti pure, Maldini è in crisi d’identità. Finì con quattro scudetti vinti in cinque anni, una memorabile Coppa dei Campioni conquistata nel ’94 (4-0 al Barcellona di quello sbruffone di Cruijff, con una difesa senza Baresi e Costacurta e Massaro prima punta autore di una doppietta) e due finali perdute. Insomma, niente male per una squadra data già per morta.
Il resto è storia più o meno recente. Due allenatori sbagliati, Tabarez e Terim, due ritorni che avevano il solo sapore della nostalgia, Sacchi e Capello appunto, uno scudetto con quel comunista di Zaccheroni (mai amato dal Cavaliere) e gli anni di Ancelotti, con due Coppe dei Campioni, una Intercontinentale e uno scudetto a compensare quella maledetta finale persa col Liverpool dopo un primo tempo finito in vantaggio per 3-0.
Tutto questo è stato il Milan di Silvio Berlusconi. Certo, il presidente ingombrante che voleva fare la formazione, che faceva circolare sui quotidiani i foglietti con gli schemi che avrebbe passato a Carlo Ancelotti, che prese la cantonata per quel broccaccio di Borghi, che s’incazzò quando Capello fece comprare Desailly, che ha rivoluto con sé Shevchenko. Ma, soprattutto, il presidente che ha vinto più di tutti negli ultimi vent’anni, che ha creato una delle squadre più forti del mondo, giocando un calcio spettacolare. E che ha ridotto Blisset e Joe Jordan, lo squalo, a ricordi di film horror. Di questo dovrebbe scrivere Teo Teocoli, e di questo dovrebbero parlare i tifosi milanisti. E ringraziare a vita.

STO CON VELARDI

3 giugno 2009 - 3 Risposte

Tra Noemi, Gini Flaminii e bodyguard della signora Veronica, la campagna elettorale si avvia a conclusione col naso turato. Diciamocelo, anno dopo anno andare a votare sta diventando sempre più un esercizio di coraggio. Ci vuole stomaco a delegare il proprio pensiero politico a qualcuno degli attori in campo. Sul suo blog, in settimana, Claudio Velardi, assessore al Turismo della Regione Campania, ha detto che lui alle Provinciali non andrà a votare. Nessuno dei due candidati lo convince, né Nicolais (Pd) né Cesaro (Pdl). E vagli a dare torto. Argomenta il suo pensiero in modo a mio avviso ragionevole e circostanziato. Ma di avviare un dibattito su che cosa significhi essere una forza di centrosinistra in questo Paese non se ne parla proprio. Figuriamoci a tre giorni dal voto. E quindi si abbatta l’anatema su Velardi. Traditore, disertore, mangiapane a tradimento e chi più ne ha più ne metta. Come, lui fa l’assessore e non vota Pd? E che cosa c’entra che lui è un tecnico, deve votare Pd e basta. Punto. Lo ha detto anche Massimo D’Alema oggi. “Se non vota, si dimetta”. Ma perché? Fa l’assessore, tecnico, giudichiamolo come assessore. Invece no, si torna sempre là, “o con noi o contro di noi”. Mah…

MANNAGGIA ‘O CAGLIARI

21 aprile 2009 - 2 Risposte

A Napoli una cosa è certa, la noia non vi seppellirà. Ventiquattr’ore all’ombra del Vesuvio valgono un paio di settimane in qualsiasi altra città d’Italia. Ed è stato così anche lo scorso fine settimana. Della truffa di Trenitalia (39 euro per un Eurostar) ho già scritto su facebook; ho optato per un magnifico Intercity (38 euro andata e ritorno) e per un sano ritorno all’Italia vera: studenti, studentesse, militari, pendolari, immigrati. Fantastico.
Sbarco all’ora di pranzo del sabato, la giornata si snoda tra amici, genitori, vecchia enoteca, chiacchiere, risate. La domenica, dopo pranzo, la tappa è obbligata. Clinica Mediterranea di Napoli, Mergellina: mio padre è atteso per accertamenti. Il ricovero è previsto la domenica. Non si sa perché, o meglio si sa ma qui non parliamo di questo. Arriviamo più o meno verso le 15, minuto più, minuto meno. Dopo aver superato gli ostacoli burocratici di rito, la caposala assegna a mio padre la stanza, se non sbaglio la 310 A. “In fondo al corridoio a destra”, è la sua direttiva. Era prevista una camera doppia, dove mio padre potesse pernottare avendo al suo fianco mia madre. Il prode genitore fa per entrare, con molta circospezione, e nota che la stanza è già occupata e non da una sola persona. Allora proseguiamo la nostra ricerca nel corridoi, ma senza risultati.
Torniamo dalla caposala, chiediamo lumi, lei ci guarda col fare di chi ha capito e dice: “Chiedete alla medicherai in mezzo al corridoio”. Noi, ligi, obbediamo. Un’infermiera ci ascolta, chiede di aspettare un attimo ed entra nella fatidica 310. Ne esce dopo pochi secondi e mormora: “Potete aspettare qualche minuto?”. Di lì a poco, alla spicciolata cominciano a uscire infermieri piuttosto contrariati, chi con una borsa frigo contenente birre, chi con un filo elettrico, chi solo smadonnando. E’ qui che mia sorella ha il colpo di genio: “Ma che è successo, sta perdendo ‘o Natole?”. Sì, rispondono in coro, “co’ Cagliari e nun’è manco cominciata”. Avevano occupato la stanza credendo che fosse libera per vedere la partita in streaming col pc. Mia madre osserva e sfodera il suo humour, rivolgendosi a mio padre dice: “Sergio, non dire che sei interista”.
Conquistata la stanza, ci rendiamo conto che la tv non è munita di telecomando. Garbatamente, e ovviamente sottolineando che non si tratta di un elemento fondamentale, chiediamo il motivo dell’assenza. “No, li abbiamo tolti tutti, tanto li rubavano”. Bene. Allora, procediamo manualmente. Ma i classici pulsantini del più o meno non ci sono, solo buchi. E come si fa? Allora torno, sempre in punta di piedi, dal nostro uomo. “Mi rendo conto che non è dirimente – esordisco – ma come facciamo a cambiare canale se non ci sono i pulsantini?”. Lui mi guarda, pensa al gol del Cagliari e dice: “Noi facciamo con la siringa”. Ne prende una, la apre, sfila lo stantuffo e me lo porge. “Con questo andrà meglio”. E in effetti…
Lascio mio padre e mia madre nella camera, guardo il mare e mi avvio alla stazione con mia sorella. E sorrido, ventisette ore posson bastare.

GLASGOW A TESTACCIO

30 marzo 2009 - 3 Risposte

Strana sensazione. Mi ritrovo a vivere in un quartiere che considero il paradiso e che invece finisce ogni giorno sui giornali per accoltellamenti, rapine e violenze. E’ Testaccio, in fondo sono andato a viverci perché è il quartiere che più rassomiglia alla mia città. Non sarà un caso se ho lasciato Prati proprio poco prima che togliessero dai marciapiedi il mercato che amavo, che faceva molto Napoli. L’hanno risistemato nella sua sede originaria, riammodernata certo, e quella strada è tornata a essere un vialone borghese, bello ma meno eccitante.
Testaccio, dicevamo, non è un’idea come un’altra. È quasi una scelta di vita. È un ritorno al passato, al quando non so che fare allora scendo. Qualcosa succede sempre. La domenica, prima il classico mazzo di fiori per dare un tocco alla casa (non sono mai mancati nelle mie case di Testaccio), poi due passi e la citofonata all’amico (proprio come quando si era ragazzini), caffè di rito e breve passaggio da Agustarello per saluto pomeridiano, in attesa della serata-evento che ci attende.
L’amico non vuole camminare, il cielo si rabbuia e allora si va al cinema. Testaccino, quindi de sinistra. Tre offerte: The reader (già visto, e di certo non leggero); Teza, non meglio precisato film sul viaggio con in locandina una canoa e due che remano in una sorta di palude; infine Frozen River. Ci aggrappiamo alla definizione di thriller e entriamo. Mamma ma’. Io ne ho visti di film pesanti, il mio essere di sinistra me lo imponeva, ma di domenica pomeriggio un film su una signora che si è appena ritrovata senza il marito (è fuggito coi soldi ad Atlantic City), due figli da accudire, una casa che cade a pezzi, e il problema dell’emarginazione degli indiani d’America, non è proprio il massimo.
Ce la caviamo, tanto il clou deve ancora arrivare, e lo sappiamo. Appuntamento da Agustarello: serata a base di cucina romana e whisky scozzese. Un evento storico. All’ingresso un cartello che è tutto un programma: chiuso per rutto, con uno smile sotto. Entriamo, subito a destra c’è un banchetto con whisky in esposizione, torba in primo piano, bicchieri da degustazione (che sono diversi da quelli che io consideravo bicchieri da whisky), una cartina con le distillerie nel paese del single malt, musica scozzese in sottofondo, e lei, Rachel, signora scozzese di Scozia che ha sposato un italiano e ora vive a San Saba. Una sera andò mangiare da Agustarello e il mitico Sandro (che qui ripropongo ancora una volta come senatore a vita) le propose una serata sperimentale. Rachel accettò e noi ci ritroviamo ai tavoli, su tovagliette plastificate, quattro bicchieri in fila, con quattro whisky diversi, tutti coperti per non farli evaporare. Mitico.
Rachel vive a San Saba, ma è comunque scozzese. E si spazientisce perché alle otto e un quarto non ci sono tutti (alla fine saremo al gran completo). Vabbè, una parolina qua, un sorrisino là, una fumata, una risata, si arriva alle nove meno un quarto. Rachel va in cattedra. E scopri che il Glen Grant in fondo è proprietà della Campari, che anche i giapponesi hanno il loro whisky e che la globalizzazione si è impossessata pure della Scozia. Ci racconta delle fasi di lavorazione, dell’acqua pura, dei lieviti, dell’orzo maltato, delle differenti botti in cui si mette a invecchiare, a seconda del prodotto che verrà, e della differenza tra single malt e blended (ammiscato). Fanno il loro ingresso a tavola salsicce, cotiche e fagioli. Rachel spiega ancora un po’, dice di liberare il primo whisky, di versarlo rapidamente su una mano (tappando il bicchiere e facendo un su e giù rapido) per sentirne meglio gli odori. Ma salsicce, cotiche e fagioli sono lì che ci guardano. E vai, allunga il whisky (Glenkinchie) con l’acqua sennò non arrivi a fine serata (si fa così, eh, l’ha detto anche Rachel). Domandine: che ne pensate? che cosa sentite? qualcuno dice legno di sandalo, altri non ricordo cosa, io mi giro e dico all’amico: “Mondiali le salsicce, altro che whisky”, l’amico annuisce ma è evidente la preoccupazione per la salute del suo fegato.
E mentre prosegue il dibattito sull’abbinamento più o meno azzeccato, arrivano i tonnarelli cacio e pepe. E che glie voi dì???? Bevi il Dalwhinnie (quindici anni), noti che fa risaltare il pepe. In effetti è buono, ma i tonnarelli… Bis d’ordinanza. La serata si scalda, la platea si mette a proprio agio, Glasgow è qui a Testaccio. Anche perché di togliere la musica in sottofondo con tanto di cornamuse proprio non se ne parla. E si arriva al Cragganmore, terzo whisky, rito del colore, odore, sapore. Buono, ma viene servito l’abbacchio alla cacciatora. A faccia ro cazzo, dicono a Edimburgo. “Al tavolo dei napoletani sempre qualcosa in più – si sente dalla cucina – perché i piatti tornano comunque vuoti”. La fame è atavica, non c’è che dire. Rachel ormai sembra uno di quei docenti che non controlla più la classe. E mentre si appresta a illustrarci il quarto whisky (Cardhu), dalla cucina arriva una domanda: “Chi vuole la trippa?”. Alla romana, of course, metti un altro po’ di whisky va. Che sulla trippa sta ‘na favola.
Rachel non crede ai propri occhi. Già si era preparata la sfida tra il secondo e il quarto whisky sul dolce, ma la trippa è la trippa. Finale con torta ricotta pere e cioccolato. L’amico fa il bis del dolce e gli leggi negli occhi la gioia per aver evitato il ricovero ospedaliero. La serata si avvia al finale ufficiale. Rachel ci regala un bicchiere di degustazione ciascuno (io ne prendo due, in fondo sono napoletano, avrei potuto prenderne tre, ma il terzo l’ho regalato), caffè e poi il più tradizionale dei dopo cena.
Perché Agustarello, come disse un amico, è davvero una categoria dello spirito. È il bar di Fonzie all’ennesima potenza, c’è sempre, si parla di tutto, con pacatezza, risate, cibo, alcol e amicizia. Che c’è di più? Una famiglia splendida, un’atmosfera incredibile, un calore d’altri tempi. Sembra un film in bianco e nero. Si sono fatte le tre e mezzo. Abbiamo evitato lo spaghetto aglio, olio e peperoncino, perché domani è lunedì. E si rientra. Da una casa all’altra, dopo una breve gita in Scozia.

SEMPLICEMENTE, ELLE

16 marzo 2009 - Leave a Response

Nessuno è perfetto, tanto meno Elle, amico dai tanti pregi ma da un difetto incorreggibile: ha un problema con la scelta dell’offerta gastronomica, è contraddistinto da una naturale inclinazione verso l’improbabile, al limite dell’ispezione Nas. E così, questa ventiquattr’ore partenopea si è aperta con una serata in un locale di Fuorigrotta, Kalima se non sbaglio. Già a un primo sguardo dall’esterno la situazione era chiara: stanzone in teoria ambient, in pratica buio, tre lampadari stile la sonrisa (locale cult in provincia di Napoli, con la piscina a forma di cuore, dove ciascuno sogna di festeggiare le proprie nozze), un parallelepipedo trasparente in mezzo alla piazza, con fili di perline a scendere e una colonna nel mezzo che impedisce di guardarvi attraverso. Per tutelare la privacy, of course.

Tutto un programma, ma Elle dall’alto della sua esperienza guarda tutti fiero come Beccalossi in una famosa partita di coppa più volte citata dal comico Paolo Rossi, e dice: “Tranquilli, si va”. Prosecchino d’apertura nella stanza d’accoglienza, poi seduti al tavolo, con sgabelli (questo è un aspetto carino, ammetto) e un sottofondo musicale di quelli yeah. Tra dissertazioni sulle urine nelle arachidi, lo sperma trovato sui copriletto negli alberghi, push-up da mettere in frigo con tanto di capezzoli e delusione postuma dell’incrifato di turno, si arriva al clou delle ordinazioni. Il menù è roba da pezzenti, da prima repubblica, l’avanguardia è presentarsi con tre foglietti tre scritti a mano. Si opta per un tagliere salumi-formaggi, patatine fritte (in una forma mai vista prima, non sapevano di patate ma avevano una loro personalità) e bruschette. Insomma, sperimentazione pura. Elle ordina una birra, poi visto che la tavolata opta per il vino cerca di cambiare ordinazione, si fa vidimare più volte l’avvenuta modifica, e ovviamente trascorre la sua serata a sorseggiare la sua Heineken chiara. Vino scelto, un Dolcetto d’Alba cui diamo l’ok solo dopo esserci accertati del prezzo, 21 euro.

Secondi. Il piatto forte della casa: grigliata mista. Un po’ simile a quella bistecca fiorentina che Elle fu capace di mangiare nella città di Dante. La carne arriva prima delle posate e soprattutto prima che arrivi a tavola una seconda bottiglia di vino. Ovviamente a protestare ci va Elle, l’unico che in realtà il vino non lo beve. Segue dolce: flan di cioccolato o capresina, una torta caprese così definita che la ragazza che ci serve (gentile, va detto) cerca vivamente di sconsigliarci. Arriva il flan, sa di cioccolato e quindi i complimenti si sprecano. Prezzo finale, trenta euro (quanto io pago più o meno dal mitico Agustarello, che qui propongo come senatore a vita).

Saluto Elle, torno dall’edicola notturna di Parco Margherita dopo un bel po’ di anni, guardo Napoli e mi ritiro. Ci penserà l’inarrivabile chef di famiglia, domenica, a ristabilire un giusto rapporto con le papille gustative. Scialatielli con le cozze, orata e dentice al forno, fritturina di mini crocché, zucchine a julienne e melanzane a tocchetti. Infine, spumone a nocciola. Pensando a Elle, gusto le leccornie di papà. Poi guardo il Napoli strappare un pareggio sull’ostico campo di Reggio Calabria. E ripenso alla mitica serata al Kalima, a due passi da Cafasso, una delle pizzerie più buone d’Italia. Ma, come dice Elle, mangiare la piazza a Napoli è da provinciali. “Io la pizza me la mangio pure a Trastevere”. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.

ISIDE E GLI EIACULATORI PRECOCI

26 febbraio 2009 - Una Risposta

A voler essere sbrigativi, potrei dire che Iside, per gli egiziani la dea della fertilità, fosse una fautrice degli eiaculatori precoci. Un paio di botte e si toglieva il pensiero. Più o meno quel che hanno cercato di fare con me e il mio commensale al Tempio di Iside, ristorante dedicato al pesce a ridosso di via Labicana, a due passi dal Colosseo.

L’ingresso è tentennante: a un primo giro esterno il commensale nota una Porsche di troppo e ha un attacco d’avarizia. Prova a suggerire un’alternativa, ma bastano pochi minuti e capisce da solo che è il caso di rifare inversione. La giornata è stata pesante e quindi Tempio di Iside sia.

Entriamo, l’ambiente è un po’ kitsch, una decina di tavoli, tovaglie color senape. Abbiamo prenotato, e all’ingresso una signorina ci dice che il nostro posto è quello in fondo alla sala a sinistra. Nessuno ci accompagna, facciamo da soli. Sul tavolo c’è un bigliettino con su scritto “Russo, 4 persone”, ma fa lo stesso. Ci sediamo e stiamo una decina di minuti senza che nessuno ci fili di pezza. Poco male. Arriva il cameriere, simpatico, mi sa indiano, che un po’ sbrigativamente ci annuncia che a breve porterà una serie di antipasti a base di pesce. Noi cerchiamo di opporre una timida resistenza, o comunque chiediamo se è possibile avere un menù in modo da poter mangiare anche qualcosa che ordiniamo. Sempre che non scocci, eh? Vabbè, risponde lui, io il menù ve lo porto ma tanto non conta niente.

E così partono gli antipasti. Non prima, però, che la signorina dell’ingresso si affacci al tavolo per cominciare a illustrare i piatti. Che però sono già in arrivo. Eccoli. Buoni, in verità, molto buoni, ma catapultati sul nostro tavolo a una velocità eccessiva. Al punto che al primo cambio piatto ci siamo stupiti, al secondo abbiamo mugugnato, al terzo invitato il cameriere a un ritmo più consono a una cena rilassante che non a una gara a cronometro, e al quarto ci siamo fisicamente opposti al cambio di portata. E così hanno capito. In successione, abbiamo mangiato tartara di tonno su un tortino di patate, deliziosa e delicata, bocconcini di pesce spada, scampi – meglio scampetti – con patate e cipolle, tocchetto di lardo di colonnata, mazzancolle, per me ostriche, datteri, tartufi (qui il commensale si è astenuto), seppia imbottita (il piatto con la salsa è stato protetto fino all’ultimo per consentire la doverosa scarpetta), insalata catalana, insalatina di polipetti. Tra un bicchiere e l’altro di Muller Thurgau, il pesce andava via che era un piacere.

Al settimo cambio piatto si è affacciato al tavolo un uomo dal capello lungo al quale abbiamo rinnovato, con garbo, il nostro stupore per il ritmo impresso alla serata. Ricevendo in risposta una spiegazione poco convincente su una febbre altissima che ha improvvisamente colpito la titolare. E quindi, questo era il succo del discorso, dovevamo pure ringraziare se stavamo lì a mangiare. Ci siamo fatti elencare i primi piatti e abbiamo scelto paccheri vongole e funghi porcini. Due mezze porzioni. Buono, non c’è che dire. Né secco né brodoso.

Tempo di dessert. Ci consigliano il cannolo calabrese (effettivamente gustoso) e riceviamo anche due piccoli gelati, a noce e al limone. E un bicchiere di grappa, offerto dalla casa. Conto 170 euro. Paghiamo garbatamente. Ma io rientro, ufficialmente per andare in bagno (puliti, a dire il vero), e uscendo spiego con gentilezza alla signorina dell’ingresso che abbiamo mangiato bene ma che, per 170 euro, avremmo voluto almeno scegliere che cosa mangiare. Lei ha farfugliato due o tre cose, dicendo che i loro clienti escono sempre soddisfatti. E, a pensarci bene, ci siamo divertiti non poco, abbiamo sfiorato le lacrime agli occhi per le risate. Una bella serata. Però non so se ci tornerei.

FELICE A TESTACCIO NON TI EMOZIONA

9 gennaio 2009 - 3 Risposte

Il carico di aspettative era tanto, probabilmente eccessivo. Del resto, quando per due volte cerchi invano di mangiare in un ristorante e il proprietario con garbo ti dice che senza preventiva prenotazione telefonica difficilmente assaggerai le sue prelibatezze, è ovvio che una volta varcato l’ingresso l’acquolina faccia il suo corso. Parlo di Felice a Testaccio, ristorante di cucina romana molto in voga. Locale semplice, curato, in legno, due sale, a occhio un’ottantina di coperti, cucina non a vista, il proprietario dietro la cassa che vigila su tutto. Entriamo, siamo in due. Ci accomodiamo prontamente. E prontamente ci viene fornita la carta dei vini. Buona. Non eccezionale, poche bottiglie, però curata. Il menù, invece, viene declamato a voce, come si conviene nei luoghi tipici. Bene. Il primo intoppo, però, arriva quasi subito. Scelto un vino rosso piemontese, ottimo, ci vengono portati due bicchieri spaiati. Uno lungo, l’altro panciuto. Qui, l’amico Antonio Fiore, il critico maccheronico, si sarebbe alzato e sarebbe andato via. A quel punto portaci due bicchieri da cantina, ma uguali. Avresti fatto più bella figura. Servizio coi tempi giusti. Due primi: un cacio e pepe, giudicato positivamente, un’amatriciana, che invece non brillava. La definirei insulsa, senza personalità, dal rosso persino tenue, non vorrei dire annacquato per non offendere (perché il lavoro è tanto da Felice, lo si legge negli occhi del personale di sala sempre educato e cortese). Poco tempo tra la prima pietanza e la seconda. Un polpettone con purè di patate e una spuntatura di maiale con puntarelle. Per sbaglio – ma questo può capitare – viene inizialmente servito un involtino. Il secondo era buono, sia il polpettone (giudicato molto buono) sia le spuntature (buone). Un dessert al cioccolato e un caffè, per gradire. Novanta euro, forse il giusto chissà, la bottiglia ne costava 28. Però per tutta la cena non si è mai creata l’atmosfera, quel rapporto col locale che ti dà familiarità, come accada invece da Augustarello, sempre a Testaccio. Familiarità che invece probabilmente dev’essere una delle caratteristiche di Felice, almeno a sentire i giudizi fin qui forniti da chi ci è stato. L’unico lampo della serata è quando abbiamo visto Corrado Barazzutti guadagnare l’uscita. Il mitico Barazzutti, l’indomito pedalatore del tennis degli anni Settanta, oggi capitano della Coppa Davis. Un po’ poco, però, un’emozione sola per una serata da Felice.